La parola come possibilità Nulladie

La parola come possibilità

La notizia è la trasformazione

L’uscita di Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà di Vincenzo D’Alessandro ha suscitato un’attenzione mediatica significativa. Di questo interesse siamo grati: è il segno che la pubblicazione di questa silloge non è un fatto ordinario, ma intercetta una sensibilità collettiva, un nodo scoperto del nostro tempo.

In molti articoli, tuttavia, lo stupore sembra concentrarsi su un punto preciso: la possibilità che un uomo imputato di gravi delitti e in stato di detenzione, possa esprimere una dimensione poetica. L’accento viene spesso posto sul contrasto tra l’immagine pubblica costruita intorno alla figura del presunto boss e quella dell’autore di versi, quasi che le due condizioni si escludessero a vicenda.

La nostra operazione editoriale non nasce per negare il passato, né per attenuarne il peso. Non spetta a un libro di poesia intervenire nel merito delle vicende giudiziarie. Quello che ci ha interessato è un altro fatto, semplice e radicale: in carcere un uomo ha incontrato la lettura. Ha trovato un “Virgilio” che gli ha indicato una via possibile, quella dei libri. Da lì è iniziato un percorso che lo ha portato prima a leggere, poi a scrivere, infine a riconoscersi nella parola poetica.

La proposta è giunta all’editore attraverso la sua insegnante, Giulia Alba, che ha seguito con responsabilità e rigore il lavoro di selezione dei testi. Insieme a lei abbiamo compiuto una scelta: non pubblicare “il caso”, ma i versi. Non costruire una narrazione sensazionalistica, ma raccogliere una silloge che, al di là del contesto, reggesse come libro.

La notizia, a nostro avviso, non è che un detenuto scriva poesie. La notizia è che la lettura e la scrittura possano aprire uno spazio di trasformazione, anche dove meno ce lo si aspetti: in una condizione di privazione della libertà. Che anche chi è accusato di gravi responsabilità possa attraversare un percorso culturale capace di restituirgli una dimensione umana e, in questo caso, artistica.

Accostare fotografie del passato alla copertina del libro è una scelta legittima del racconto giornalistico. Ma il cuore del progetto resta altrove: nella convinzione che la cultura non sia un premio per animi innocenti, bensì uno strumento di crescita, talvolta di cambiamento, sempre di consapevolezza.

Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà non è un libro “sul crimine” – e nemmeno sull’accusa di appartenervi –, né un’operazione di riabilitazione simbolica. È una raccolta poetica nata in un luogo di restrizione, che testimonia come la parola possa sopravvivere anche dove l’orizzonte è chiuso.

Se questa pubblicazione suscita discussione, significa che ha colto un punto vivo: la domanda se l’essere umano possa essere ridotto interamente alla propria origine, financo ai propri errori e alle proprie colpe, o se resti comunque aperta – per tutti e per ciascuno – una possibilità di espressione e di pensiero.

Come editore, abbiamo scelto di scommettere su questa seconda ipotesi.

Nel nostro catalogo – e non solo nella collana iCanti – convivono autori di provenienze e competenze diverse, inclusi studiosi e operatori del diritto. È una scelta precisa: intendiamo l’editoria come spazio di pluralità e di confronto, non di appartenenza.

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