Massimo Triolo esplora in questo nuovo romanzo la zona d’ombra che separa l’amore dal desiderio di possesso. Attraverso le risposte dell’autore entriamo nelle pieghe psicologiche del protagonista Dario, un uomo diviso tra abitudini e impulsi viscerali, per toccare un tema che ci riguarda tutti da vicino: il potere dell’immaginazione e il modo in cui spesso finisce per ridefinire la nostra stessa realtà.
Nel titolo convivono due parole enormi come “amore” e “ossessione”. Nel romanzo sembrano quasi alimentarsi a vicenda più che contrapporsi: da dove nasce il desiderio di esplorare proprio questa zona ambigua dell’esperienza umana?
Indubbiamente al di là della scelta autoriale ante acta, v’è l’impulso a dare voce a qualcosa di bruciante e scarsamente razionale, fuori da ogni calcolo. Le due parole e i due perimetri semantici rimandano a sentimenti assoluti e difficili da gestire o mediare: questo raccoglieva il mio interesse che si è tradotto in una prospettiva psicologica e affettiva dei personaggi che dichiara la loro criticità nei confronti di zone della vita che non riescono a tenere sotto il proprio controllo. Le scelte che opera Dario sono perlopiù viscerali e impulsive; diversi sono i personaggi femminili, nel libro: più consapevoli, più solidamente progettanti e risolti. Il personaggio maschile resta un antieroe, spesso sbilanciato e velleitario, di una mascolinità urgente almeno quanto meschina o incapace di custodire la bellezza dell’amore che è, piuttosto che un possesso, dono e abbandono. Naturalmente Dario, il protagonista, è anche molto altro, altrimenti avrebbe lo spessore antropologico di una cartolina, ma indubbiamente non è persona che spicca per avere una forma di amore oblativo e non egoistico.
Dario è un personaggio che spesso sembra innamorarsi non soltanto di una persona, ma anche dell’immagine che costruisce di essa. Quanto ti interessava raccontare il potere dell’immaginazione e il rischio che essa finisca per sostituirsi alla realtà?
A dispetto delle apparenze, non vedo una grande eterogeneità tra immaginazione e realtà, nell’ambito cognitivo, almeno nella sfera soggettiva: spesso le due sconfinano l’una nell’altra e danno luce a una commistione indiscernibile e indistinguibile. Il fatto che immaginare sia anche progettare, che la ricerca della felicità, punto nodale fin dagli albori del pensiero occidentale, passi dalla capacità di immaginare, è una realtà esistenziale ancora prima che squisitamente filosofica. Bisognerebbe distinguere tra un’immaginazione funzionale ad aderire a questioni pratico-morali ed una per così dire autistica e svincolata da ogni contatto con la realtà e lo stato reale delle cose.
Nelle prime pagine incontriamo un protagonista che appare intrappolato in una vita di abitudini, rinunce e occasioni mancate. Dario è un caso individuale o rappresenta a tuo dire, almeno in parte, una condizione più ampia della contemporaneità?
È un personaggio letterario ma anche paradigma ricorrente nel nostro tempo e nella nostra società. Non ho voluto che fosse accattivante e tale da raccogliere la simpatia del lettore, quanto difettante e irrisolto, ambiguo e refrattario a un dialogo armonioso e un rapporto dialettico con la propria vita e il proprio agito.
Chi conosce la tua produzione ritrova temi e qualità già presenti nei lavori precedenti, ma qui sembra di assistere a una loro piena maturazione. Hai avuto anche tu la sensazione che questo romanzo rappresentasse un passaggio particolare nel tuo percorso di scrittore?
È indubbiamente, quanto a prosa, il mio lavoro più maturo: lo stile è più agile e fluido, i temi rispondenti a un’architettura molto accurata che dà al lavoro una fisionomia compiuta e in qualche modo armoniosa.
Facciamo un gioco. Immagina di avere davanti una libreria tutta da riempire e zero libri a casa. Quali sono i libri che non possono mancare sullo scaffale di Massimo Triolo?
Beh, è una domanda difficile, ho molti autori nella costellazione che mi è di guida anche nello scrivere oltre che nell’immaginare. Nella poesia sicuramente: E. L. Masters, Dylan Thomas, T. S. Eliot, E. Pound, W. Stevens, J. Berryman, R. Lowell, I. Bachmann, S. Plath, L. Murray… E l’elenco sarebbe ancora lungo. Quanto alla prosa è un ambito così vasto che mi limito a segnalarti un po’ di titoli che ho riletto nell’ultimo anno: “Confessioni di una maschera” di Mishima, il “Faust” di Goethe, “La morte a Venezia” di Mann, “Fuoco pallido” di Nabokov e i racconti di J. Roth.

