In Il Bambino il noir diventa molto più di un semplice genere narrativo: è il mezzo attraverso cui il lettore viene accompagnato in una dimensione profondamente interiore. Come nasce la scelta di raccontare questa storia proprio attraverso il noir?
La genesi di questo libro è legata a una ferita aperta della nostra memoria collettiva: la storia della piccola Angela Celentano, scomparsa sul Monte Faito e mai più ritrovata, così come quella di tanti altri bambini svaniti nel nulla. È un pensiero che mi ha sempre accompagnato e che ha fatto nascere in me il desiderio profondo di dare, almeno tra le pagine di questo romanzo, una seconda chance a queste vite spezzate. Il noir è diventata la scelta naturale per raccontare tutto questo. Non lo considero soltanto un genere legato all’indagine o al mistero, ma uno strumento di scavo emotivo e psicologico. Le sue atmosfere e la sua tensione mi hanno permesso di affrontare l’oscurità di un tema così doloroso, accompagnando il lettore dentro le pieghe più intime della memoria, della perdita e della speranza.
Nel romanzo convivono tensione narrativa, introspezione e una forte componente simbolica. Quanto è stato complesso trovare un equilibrio tra questi elementi durante la scrittura?
Fin dal primo momento il mio obiettivo principale è stato quello di dare reale vita alla scrittura. Volevo che la storia avesse un ritmo serrato e travolgente, ma soprattutto che fosse un’esperienza immersiva: desideravo che il lettore non si limitasse a leggere, ma potesse figurarsi nitidamente ogni scena e persino sentire sulla pelle ogni odore o atmosfera descritta. Trovare l’equilibrio ha significato calibrare la tensione e la componente simbolica in funzione di questa resa visiva e sensoriale. Magari nel processo ho tralasciato qualche formalismo, ma per me la priorità assoluta è sempre stata far vibrare le pagine e catapultare chi legge direttamente dentro la storia.
Il Bambino alterna momenti di forte tensione ad altri più riflessivi. Nella costruzione della storia, ha privilegiato fin dall’inizio una precisa architettura narrativa oppure ha lasciato che il racconto si sviluppasse progressivamente durante la stesura?
Sono partito da un’architettura di base abbastanza definita, avevo bisogno di punti fermi e di una struttura solida su cui far poggiare la storia. Tuttavia, man mano che i personaggi prendevano forma, il racconto ha iniziato a richiedere i suoi spazi. Ho lasciato che la stesura guidasse l’alternanza tra i momenti di ritmo incalzante e le pause più riflessive, permettendo alla storia di respirare in modo naturale.
Il Bambino lascia intravedere suggestioni che sembrano provenire da mondi letterari differenti. Quali autori o letture hanno contribuito maggiormente alla formazione del suo immaginario narrativo?
Tra gli autori che amo di più e che leggo sempre con grande passione ci sono indubbiamente il povero Giorgio Faletti e Michael Connelly. Tuttavia, al momento di scrivere Il Bambino, non ho voluto ispirarmi direttamente al loro stile o alla loro impronta narrativa. Ho cercato fin da subito di prendere una strada mia, lasciando spazio alla mia voce personale e a un’ispirazione più spontanea e profonda. Le mie letture hanno sicuramente alimentato il mio amore per il genere, ma sulla pagina ho voluto costruire un linguaggio interamente mio, che rispecchiasse la mia visione.
Da lettore ad autore: c’è stato un momento preciso in cui ha compreso che non si sarebbe limitato a leggere storie, ma avrebbe sentito l’esigenza di raccontarle in prima persona?
In realtà, prima ancora della lettura, la mia grandissima passione è sempre stata il cinema. Amo il linguaggio visivo, la forza delle immagini e la capacità dei film di proiettarti dentro una scena in un istante. Il passaggio alla scrittura è nato proprio da questo: volevo “girare” una storia attraverso le parole. Il mio stile così visivo, attento ai dettagli e alle atmosfere, deriva direttamente da questo amore per la settima arte. A un certo punto ho sentito il bisogno di non essere più solo uno spettatore o un lettore, ma di prendere la macchina da presa della mia immaginazione e iniziare a raccontare le mie storie.




