Descrizione
Nessun segreto resta sepolto per sempre. Una casa acquistata all’asta. Un prezzo incredibile. Un nuovo inizio.
Per Carola e la sua famiglia è l’occasione perfetta per ricominciare. Ma fin dai primi giorni qualcosa si incrina. Piccoli dettagli, quasi impercettibili: oggetti che scompaiono e ricompaiono, rumori nel cuore della notte, i bambini che parlano di qualcuno che non dovrebbe esserci. All’inizio sono solo paure. Suggestioni. Poi la realtà comincia a deformarsi. I figli vedono ciò che gli adulti non riescono ad ammettere. E mentre la tensione cresce e il legame tra Carola e suo marito si spezza, la casa smette di essere un rifugio e diventa una presenza. Perché certi luoghi non dimenticano. E certe storie non sono mai davvero finite.
Un thriller psicologico teso e claustrofobico, dove ogni certezza si sgretola e il confine tra immaginazione e verità si fa sempre più sottile.
Irene Campese (Avellino, 1987) vive a Roma ed è funzionario dell’Agenzia delle Entrate. Scrive thriller psicologici: ha esordito con Dietro di te (2022) e ha pubblicato con Nulla die Non pronunciare il mio nome (2025).







Salvatore Giordano Admin –
Con L’inganno (im)perfetto, Irene Campese conferma il proprio interesse per il thriller psicologico domestico, costruendo una narrazione che affonda le radici nell’inquietudine della quotidianità e nella fragilità delle relazioni familiari. Dopo Non pronunciare il mio nome, l’autrice torna a esplorare i territori della paura e della tensione emotiva attraverso una storia che si sviluppa lentamente, insinuandosi nella normalità fino a deformarla dall’interno.
Il romanzo prende avvio da una situazione apparentemente rassicurante: una famiglia che si trasferisce in una nuova casa acquistata all’asta, nella speranza di ricominciare. Ma ciò che dovrebbe rappresentare stabilità e rinascita si trasforma progressivamente in uno spazio ambiguo, attraversato da presenze, silenzi e dettagli disturbanti. La forza del libro non risiede tanto nell’effetto sorpresa o nel colpo di scena fine a sé stesso, quanto nella capacità di alimentare un senso crescente di disagio attraverso elementi minimi: un oggetto fuori posto, un rumore notturno, il comportamento inspiegabile dei bambini, la percezione costante che qualcosa sfugga alla comprensione dei protagonisti.
Campese sceglie una scrittura lineare e accessibile, ma capace di mantenere una tensione costante. L’alternanza dei punti di vista tra marito e moglie contribuisce a costruire una narrazione mobile, nella quale il lettore viene progressivamente trascinato dentro un clima di sospetto e instabilità. Particolarmente efficace è la gestione dell’atmosfera: la casa non è soltanto uno scenario, ma diventa una presenza narrativa vera e propria, uno spazio che condiziona i comportamenti e altera gli equilibri emotivi della famiglia.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il modo in cui l’autrice intreccia il piano psicologico con quello domestico e relazionale. Le paure non nascono esclusivamente da ciò che potrebbe nascondersi nell’appartamento, ma anche dalle crepe già presenti nei rapporti tra i personaggi: incomprensioni, segreti, fragilità personali e tensioni familiari che il trasferimento porta inevitabilmente alla luce. In questo senso, L’inganno (im)perfetto si colloca nel solco del thriller contemporaneo che utilizza la suspense non solo come meccanismo narrativo, ma anche come strumento per indagare le dinamiche emotive e la vulnerabilità della vita quotidiana.
Il romanzo si distingue inoltre per il ritmo progressivo con cui costruisce la paura. Campese evita l’accumulo eccessivo di effetti spettacolari e preferisce lavorare sulla sottrazione, sull’attesa e sull’ambiguità, lasciando che il lettore condivida i dubbi dei protagonisti e si interroghi continuamente su ciò che è reale e ciò che potrebbe essere soltanto il frutto della suggestione.
L’inganno (im)perfetto si rivolge agli amanti del thriller psicologico e del domestic suspense, ma può coinvolgere anche lettori interessati a storie in cui la tensione nasce dall’erosione graduale della normalità più che dall’azione pura. È un romanzo che costruisce il proprio equilibrio sulla capacità di trasformare gli spazi familiari in luoghi di inquietudine, mantenendo sempre centrale la dimensione emotiva dei personaggi.
Recensione a cura di Salvatore Giordano