Descrizione
C’è un ristorante a Palermo che ha sempre avuto le porte aperte. Un luogo attraversato da voci, abitudini, silenzi, dove il tempo si è depositato nei gesti e nei racconti di una famiglia. Quando il Principe muore, qualcosa si incrina. Non solo nella storia familiare, ma nella memoria di chi resta. Perché ogni famiglia è un sistema di narrazioni, e ogni perdita costringe a riscriverle. Tra ricordi che si sovrappongono e figure che tornano, la voce narrante ricostruisce un passato mai davvero fermo. Ne emerge un romanzo intimo, in cui l’identità si costruisce per accumulo, omissione, ritorno. Diventeremo giardino è un racconto di appartenenza e disgregazione, in cui la memoria non consola, ma interroga.
Daniela Gambino, è scrittrice e giornalista. Vive e lavora a Palermo. Ha pubblicato saggi e guide sulla Sicilia, tra cui 101 cose da fare in Sicilia e 101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton), oltre a titoli narrativi con editori indipendenti. Nel 2023 un suo romanzo è stato presentato al Premio Strega.






Salvatore Giordano Admin –
In Diventeremo giardino, Daniela Gambino affronta uno dei territori più insidiosi della narrativa familiare: quello in cui la memoria non ricompone davvero il passato, ma lo modifica ogni volta che qualcuno prova a raccontarlo.
Il punto di partenza è una morte. La scomparsa del Principe, figura centrale e insieme sfuggente di una famiglia palermitana, interrompe un equilibrio che sembrava fondato sulla continuità dei gesti e delle abitudini. Attorno a un ristorante che per decenni è stato insieme luogo di lavoro, casa e punto di riferimento per un intero universo umano, cominciano allora a riaffiorare voci, episodi, genealogie, assenze. Ma il romanzo non procede come una semplice ricostruzione: il passato emerge per frammenti, attraverso prospettive diverse, e ogni voce aggiunge qualcosa mentre, inevitabilmente, sottrae altro.
È proprio questa struttura della memoria a costituire uno degli aspetti più interessanti del libro. Gambino affida la narrazione a un movimento continuo tra presente e passato, tra chi ricorda e chi viene ricordato, senza trasformare la storia familiare in una successione ordinata di spiegazioni. La famiglia appare piuttosto come un organismo narrativo: ciascuno conserva una propria versione degli avvenimenti, custodisce omissioni, modifica inconsapevolmente ciò che ha ricevuto. L’identità stessa dei personaggi nasce così da un accumulo di racconti, silenzi e immagini che non coincidono mai perfettamente.
La voce principale, Maddalena, osserva e ricostruisce senza pretendere di possedere una verità definitiva. Attorno a lei prendono forma figure diverse per generazione e destino: il Principe, Ada, Stefano, Matteo, ma anche personaggi come Nazir, arrivato «portato dal mare» e divenuto parte necessaria di un mondo che, pur aprendosi a lui, non smette di conservare le proprie fratture. Il romanzo riesce così ad allargare la dimensione familiare senza disperderla: le storie individuali restano legate da una stessa domanda, quella su ciò che ereditiamo da chi abbiamo amato, anche quando quell’amore è stato difficile, contraddittorio o persino doloroso.
La scrittura di Gambino trova la sua misura migliore nella concretezza. Il passato non viene evocato attraverso un generico sentimento nostalgico, ma prende corpo in oggetti, odori, abitudini, parole, cibi, spazi domestici e dettagli apparentemente marginali. Il ristorante chiuso, l’assenza dell’odore di cucinato, una casa, una crepa nel salone o un gesto ripetuto diventano elementi attraverso cui una vita intera continua a essere presente. Fin dalle prime pagine, l’eccezionalità della perdita viene resa proprio attraverso la percezione di ciò che improvvisamente manca alla quotidianità.
Anche Palermo non è soltanto uno sfondo. La città entra nel romanzo attraverso i suoi quartieri, il mare, la lingua, le abitudini e la rete di relazioni che permette alle persone di continuare a esistere anche ai margini delle forme convenzionali di appartenenza. La dimensione siciliana della scrittura non viene esibita come colore locale: è una componente organica della voce narrante e del modo in cui i personaggi abitano il mondo.
Il risultato è un romanzo breve ma stratificato, nel quale il ritmo nasce soprattutto dalla successione dei ritorni. Le vicende non cercano il colpo di scena come motore principale; avanzano invece attraverso associazioni, ricordi che richiamano altri ricordi, figure che acquistano progressivamente profondità. Questa scelta richiede al lettore una partecipazione attenta, ma è anche ciò che distingue Diventeremo giardino: la storia di una famiglia non viene utilizzata per offrire una riconciliazione semplice, bensì per interrogare il rapporto tra ciò che è accaduto e ciò che continuiamo a raccontarci di ciò che è accaduto.
Scrittrice e giornalista, Daniela Gambino porta in questo romanzo un’attenzione particolare alla voce e alla costruzione del racconto, maturata in un percorso che comprende narrativa, saggistica e scrittura dedicata alla Sicilia. Qui, tuttavia, l’elemento più significativo è la capacità di trasformare una materia intimamente familiare in una riflessione più ampia: ogni famiglia, sembra suggerire il romanzo, è fatta anche delle sue versioni concorrenti, delle persone che cerca di trattenere e di quelle che, pur assenti, continuano a determinarne la forma.
Diventeremo giardino si rivolge soprattutto ai lettori interessati ai romanzi familiari e corali, alla narrativa della memoria e alle storie in cui il centro dell’azione non coincide necessariamente con l’accadere degli eventi, ma con il modo in cui essi continuano a vivere dentro chi resta. È una lettura che privilegia la densità emotiva e l’osservazione dei legami, trovando nella pluralità delle voci e nella concretezza della lingua la propria qualità più riconoscibile.
Recensione a cura di Salvatore Giordano