Descrizione
Dentro le mura che negano l’orizzonte, la parola diventa resistenza.
Le poesie di Vincenzo D’Alessandro nascono dall’esperienza del carcere, luogo di privazione e isolamento, e trovano nella scrittura una via di fuga, un cielo possibile oltre le sbarre. Amore e libertà si intrecciano in versi intensi e struggenti, rivelando l’umanità di chi, pur segnato dal passato, sceglie di affermarsi come persona, come poeta. Questa raccolta è un viaggio nel cuore e nella mente di un uomo che cerca, attraverso la parola, riscatto, bellezza e senso. I versi di Vincenzo D’Alessandro sono ideali per la lettura ad alta voce, per laboratori di scrittura e per chi desidera incontrare la poesia come strumento di ascolto e riflessione, anche in contesti di fragilità o restrizione della libertà.
Vincenzo D’Alessandro è nato a Vico Equense e cresciuto principalmente a Castellammare di Stabia. Aveva ventiquattro anni al momento del primo arresto e ha trascorso più di diciotto anni in carcere. Lì ha incontrato il suo “Virgilio” che gli disse semplicemente: “leggi”. La poesia è diventata da allora compagna e strumento di liberazione interiore.






Salvatore Giordano Admin –
Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà – Recensione
Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà è una raccolta poetica che nasce in un luogo in cui la parola sembra impossibile: il carcere. Eppure, proprio lì, dove l’orizzonte è negato, Vincenzo D’Alessandro trova nella scrittura non solo una voce, ma una via di riscatto. La sua poesia è gesto di resistenza, attraversamento del buio, tentativo di ridefinire la propria identità al di là delle colpe, dei pregiudizi e di un nome che per troppo tempo l’ha imprigionato più delle sbarre stesse.
Il libro si sviluppa lungo quattro sezioni tematiche – Amore, Libertà, Riflessioni e Ricordi – che non sono semplici contenitori, ma tappe di un percorso emotivo e spirituale. Nella parte dedicata all’amore, l’autore esplora la forza di un sentimento che, pur vissuto nella distanza e nella privazione, diventa ancora più acuto, necessario, quasi salvifico. Sono testi che oscillano tra desiderio, nostalgia e contemplazione, in cui il linguaggio si fa tenero e insieme tormentato.
La sezione sulla libertà è il cuore pulsante della raccolta: qui la voce dell’autore si fa più cruda, più nuda. Le poesie raccontano l’attesa, l’angoscia notturna, il peso del tempo che sembra dilatarsi all’infinito. Ma, sorprendentemente, raccontano anche la capacità di immaginare: una finestra che non esiste, un cielo che non si vede ma si ricorda, un altrove che resta possibile. La libertà, per D’Alessandro, è un movimento dell’anima prima ancora che una condizione esterna; è la scintilla che permette alla vita di non spegnersi del tutto.
Nelle Riflessioni troviamo invece la voce più intima dell’autore, quella che scruta la mente e il cuore con un linguaggio ora asciutto, ora visionario. È la parte in cui la poesia si fa meditazione, consapevolezza del limite, domanda mai risolta sul senso del dolore. Qui la scrittura emerge come strumento di autocoscienza: un dialogo interrotto con se stessi, un’ombra che prende forma a ogni verso.
Infine, nei Ricordi, il libro assume una dolcezza nuova. Appaiono figure amate, memorie della giovinezza, frammenti di un passato che torna non per ferire, ma per ricucire. Alcuni testi – come quelli dedicati alla madre – rivelano una voce sorprendentemente delicata, capace di trasformare l’esperienza più dura in un gesto d’amore profondo e universale.
Lo stile di D’Alessandro è immediato ma non semplice: alterna immagini luminose e improvvise a confessioni dirette, talvolta spietate. Il suo dettato poetico è essenziale, privo di orpelli, attraversato da una sincerità rara. Non cerca l’effetto, non cerca la posa: cerca la verità, anche quando è scomoda, anche quando fa male. Ed è proprio questa verità a rendere la raccolta originale e indimenticabile.
Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà è un libro che parla a chiunque abbia conosciuto la solitudine, l’attesa, la fragilità dei sentimenti; a chi crede che la poesia possa ancora dare forma all’indicibile; a chi pensa che nessuno sia irrecuperabile. È una lettura che commuove senza indulgere nel patetico, che illumina senza semplificare, che mostra come la scrittura possa essere una soglia – l’unica, a volte – tra il buio e la possibilità di rinascere.
Recensione a cura di Salvatore Giordano